Contributo a cura di Roberto Ferro

"La dedizione degli attori diventa narrazione che coinvolge e conduce ad assaporare una Sicilia amata intensamente". La passione, umana e letteraria, della scrittrice Grazia Favata, la bravura e l'intensità espressiva degli attori. Titti Giambrone, Iaia Corcione, Giuseppe Giambrone e dell'attore regista Carlo D'Aubert, sono rivolte ad una città, Palermo, in grado di suscitare improvvise attrazioni e subitanei rigetti.

Ho avuto la fortuna di assaporare ed ascoltare il "romanzo", non di leggerlo, apprezzando così la commistione semplice ed efficace di italiano e dialetto (palermitano), i dialoghi privi di (eccessive) trivialità. Sono corso immediatamente con la memoria memoria ad altri lidi lingua e autore, Creuza do mar di Fabrizio De André.

Grazia Favata prende sotto braccio il lettore e lo conduce nei vicoli maleodoranti e poveri di una Palermo assolutamente sconosciuta ai turisti. Non concordo, tuttavia, sul termine "romanzo" attribuito all'opera! I diavoli della Zisa (il casino di delizie degli Emiri arabi di Palermo che io ho ammirato isolato e restaurato, circondato dal popolare quartiere de La Noce) purtroppo non inventa nulla, fatto salvi i nomi dei protagonisti e l'incastro dei singoli episodi.

Il racconto si snoda, stretto ed aspro come i vicoli della Vucciria, descrivendo le vite di povera gente, donne prevalentemente. La donna che, in Sicilia, per atavico destino, si carica dei fardelli della vita: maschi sfatti o violenti, figli già fragili appena venuti al mondo, una prigione di pregiudizi e incultura, l'assenza di futuro.

I diavoli della Zisa è un racconto declinato prevalentemente al femminile. E' l'avventura umana, sin troppo umana, di Rosa e della sua bimba Gilda (un nome assegnatole dalla madre dopo che questa aveva visto, neppure completo o compreso, un film), che vediamo irrompere prossima al parto a bordo di un Apino al Pronto Soccorso. Quasi una fuga da due fratelli papponi da quattro soldi e da clienti poco esigenti (ignoto resterà persino il padre della piccola Gilda).

Si tratta di un Reparto di Ostetricia sui generis, naturalmente. La Dottoressa Margherita D'Amato, fuggita da Roma per non avvallare un grave errore dei medici, Giuseppina infermiera pettegola e la signora Maria, "due seni enormi, così abbondanti da partire dalle ascelle e arrivare alle reni, dietro senza natiche...Che si piaceva sempre quando faceva del bene" colorano ambienti di solito destinmati a restare anonimi.

E' anche la storia, tragica e commovente nel contempo, di Daniela, giovane e bellissima, ingravidata da un delinquente mafioso che l'ha accoltellata sino a lesionare in maniera irreparabile il feto, ora in carcere all'Ucciardone. Sarà accusata di drogarsi, prostituirsi e, in definitiva, di volersi ribellare al mondo di soprusi nel quale vive la povera umanità femminile di Palermo. E pagherà con la vita, le faranno una overdose "di schifezze".

Questi scarni particolari, non desidero rovinare ascolto e lettura approfondendo la trama, mi hanno fatto apprezzare un racconto apparentemente semplice: i protagonisti, tratteggiati con semplicità, sono alle prese, tutti, con eventi di vita e di morte, gioie e dolori.

Grazia Favata ci accompagna, con l'aiuto degli attori e del regista, in questo mondo, crudo e tenero nello stesso tempo, con un utilizzo sapiente della musica, .

La scelta di adottare un profilo multimediale, particolarmente indovinata, crea un paesaggio descrittivo efficace, dove musica di sottofondo recitazione e narrazione si fondono. Grazia Favata pone lo spettatore al centro dell'interesse del racconto. Conta, ai suoi fini, immedesimarsi nella vita quotidiana palermitana, senza citazioni dotte, o colte.

Così "camurrie" si rende bene con "guai", "picciridda" "con "piccola" (vezzeggiativo). Un mondo disperato e disperante dove italiano "malamente incollato" della "cugina provolona" di Rosa con i denti in fuori alla frase terribile di Angelina nel porgere a Rosa una confezione di trucchi già aperta: "Tanto tutti lo sanno che fai la puttana a pagamento".

Immediatamente comprensibile anche al milanese doc è la frase oscena pronunciata dal compagno mafioso di Daniela alla notizia dei suoi manifesti incollati a coprire le ingiurie: "Così mi vuole proprio sputtanare quella arrusa".

Un mondo femminile impregnato di magiche diaboliche visioni. Così la madre di Daniela, pure essa donna disperata, alla vista delle sventure della figlia "Chiama a raccolta tutti i Diavoli della Zisa...Li farò scendere da tutti gli angoli della Penisola..Se tutti i siciliani del mondo si svegliassero..." Un vaticinio da antica tragedia greca più che da donna contemporanea, come se fosse possibile richiamare in vita un barlume di potere degli antichi dominatori Arabi.