Contributo a cura di Roberto Ferro

Monique Erba Robin. fotografa tra le più sensibili e quotate del nostro Paese e, ancor prima, precoce poetessa, personalità poliedrica e dai mille interessi umani e sociali, si confida in questa intervista con semplicità e sobrietà. Ho il privilegio non frequente di poter dialogare con Monique Erba Robin e presentare ai lettori di MY Personal MIND la sua prospettiva di vita e i progetti a venire.

Quando hai iniziato ad interessarti alla fotografia e con quali motivazioni?

"Non mi è facile dare una risposta a questa domanda.

Diciamo che c'è stata una prima fase, inconscia e inconsapevole, in cui il mio interesse per la fotografia ha vissuto in modo passivo e riflesso, verso le immagini che mi passavano sotto gli occhi, soprattutto da bambina, ed è scaturito soprattutto nella grande passione che ho sempre avuto per il disegno. Poi è stato a lungo latente, in funzione del fatto che la mia formazione ha preso un indirizzo completamente diverso, conducendomi alla laurea in giurisprudenza. Soltanto molti anni più tardi, quell'interesse si è fatto consapevole, e determinato, al punto da indurmi a intraprendere un percorso formativo incentrato sull'immagine, che mi facesse uscire da un approccio meramente intuitivo e dilettantistico alla fotografia, per darmi maggiore padronanza del mezzo e maggiore consapevolezza. Appunto, del mio modo di guardare.

Quale percorso formativo ti ha condotta ad essere fotografa professionista?

Il mio è sempre stato un modo di vedere il mondo estremamente legato alla poesia ed al racconto verbale. A un certo punto della mia vita mi sono resa conto che esisteva un mezzo espressivo diverso, e per me ugualmente necessario, più immediato e diretto, di trasmettere ciò che vedevo e ciò che sentivo.

Il fatto di essere donna si è rivelato importante?

Non credo che il fatto che io sia donna si sia rivelato in questo senso. Io ho sempre avuto un rapporto di maggiore agio verso il mondo maschile, e non solo legato alla maggiore facilità mia di relazionarmi con l'universo maschile, ma anche come identità di modi di vedere e di stili. Non per nulla tutti i fotografi a cui ho sempre fatto riferimento sono fotografi maschili e la loro visione è stata per me determinante. Essere donna può essere stato determinante per fotografe come Gabriella Mercadini, ad esempio, per il genere di fotografia votata all'evoluzione storico – sociale della figura della donna, o di altre donne fotografe. Per me non lo è. Non sono femminista, mi interessa la donna come mi interessa l'uomo, molte volte vedo il femminismo come il tentativo da parte delle donne di ergersi al di sopra dell'uomo. Non sono d'accordo. Per come la vedo io la donna deve essere libera di vivere come si sente, non credo che accettare l'aiuto di un uomo – se questo le permette di raggiungere equilibrio e armonia ottimali – sia una cosa che va contro natura.

Più che l'essere donna, per me poco rilevante, io credo che si sia rivelato decisivo il mio essere persona tra le persone, il mio farmi "l'altro" che io mi trovavo a guardare e fotografare.

Quale ruolo svolgono humor ed ironia nella tua espressione tramite la fotografia?

Non solo nella prospettiva fotografica, ma in ogni giorno della mia vita. Lo humor è per me un livello di comunicazione superiore, al quale tuttavia non tutti riescono ad arrivare. Oggi siamo pieni di comici che si sforzano in tutti i modi di risultare divertenti, mentre i veri comici si contano sulle dita di una mano. Al riguardo mi viene in mente una frase di Erri De Luca sulla scrittura, che credo possa valere benissimo per la comicità: "Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo. Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta nell'evitare. Distratti dal vocabolo solenne, già abbuffato, punta al bordo, costeggia, il lanciatore di coltelli tocca da lontano, l'errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo". Oggi, la maggior parte dei comici sono convinti che per far ridere occorra la parola diretta, la parola veloce, dritta come un fulmine, meglio ancora la parolaccia. Io invece non dimentico che la prima comicità è nata con il film muto, e che la vera comicità è un discorso lungo, un giocare con nove posate diverse. L'ironia è raffinatezza, e la raffinatezza è il contrario esatto della volgarità. Così, la fotografia deve saper cogliere la leggerezza nel trasmettere la comicità e l'ironia, ma mai offendere, mai esprimere direttamente, mai colpire come un macigno.

Alcune tue fotografie si interessano all'architettura, al paesaggio, ai colori, descrivono l'assenza di esseri umani. Altre, invece, mostrano bimbi che giocano, uomini e donne intenti in comuni attività. Quale rapporto esiste tra le due realtà, tra contesto ed umanità?

Sono piani diversi del vivere umano, il Contesto e l'Uomo. Esiste tra essi un legame indissolubile.

A quali Maestri e Maestre ti sei ispirata?

Mi ispiro a qualunque foto mi piaccia, anche di artista sconosciuto. Ma se vogliamo dare qualche nome, ecco, il fotografo che avrebbe dato una svolta alla mia vita, quando ancora non lo sapevo, si chiama Ernst Haas. Poi ho avuto varie fasi, da Fulvio Roiter (ebbene sì, la mia svolta ha avuto inizio fotografando Venezia sulle orme di Fulvio Roiter, anche se questo farà ridere qualcuno) a Gianni Berengo Gardin, da Henri Cartier Bresson a Luigi Ghirri.

Quale rapporto instauri con il pubblico quando esponi, pubblichi , anche fotografi?

Sono tre momenti diversi e tuttavia accomunati dal mio senso di riservatezza e dalla mia innata timidezza. Come già detto, io ho bisogno prima di tutto di riflettere, di capovolgere l'altro dentro di me. Il rapporto con l'altro inizia nel momento dello scatto, ed è uguale sia che egli sia un artista, un attore o una persona incontrata per strada. Va lasciato essere sé stesso, quindi cerco di non fargli accorgere che lo sto fotografando. Cerco di immaginarmi cosa sta pensando e cosa sta per fare o per dire, come se lui fosse dentro di me. Molto difficilmente chiederò a qualcuno se posso fare una fotografia a lui o a suo figlio. Quando pubblico immagini, mi piace raccogliere il commento del pubblico. Mi piace interagire con il pubblico, scherzare. Questo avviene più facilmente sui social network che nel corso di una mostra. Durante le mostre le persone si sentono come investite da un abito formale, esprimono solo pensieri formali. A me piace scherzare, ironizzare, destrutturare i ruoli. Dissacrare. E poi, durante le mostre c'è, da parte mia, un carico emotivo che non mi permette di interagire singolarmente come vorrei con lo spettatore. Spettatore che, molte volte, è un perfetto sconosciuto.

Ad un giovane che desiderasse esplorare a fondo il mondo della fotografia, quali consigli daresti?

Questa è una domanda che desidero capovolgere e smontare per ricostruire in modo diverso. Cosa vuol dire "a un giovane quali consigli offriresti?" Io ho intrapreso il cammino per diventare fotografa a trentasette anni. Mi confronto quasi ogni giorno sia con le fotografie di giovani, sia di meno giovani. Io mi ritengo Giovane con la G maiuscola, ma mi ritengo (sono orgogliosa di potermi definire) adulta. La maggior porta dei giovani, in larga misura, non lo sono. Sono elastici, hanno una visione elastica, a volte originale e inedita, del reale, hanno una grande resistenza alla fatica (cosa che fa molta gola ai fotografi professionisti), ma non sono "adulti". E questo si sente. Ed è anche normale. Sono ragazzi. Hanno l'idea del gioco, del super video game. Anche io molte volte approccio il fare fotografia come un gioco. Ma poi diventa un lavoro, diventa fare progetto, fare selezione, anche "fare" scuola, scegliere cosa insegnare e cosa lasciare alla libera creatività. I giovani non sempre ce l'hanno.

Il mio consiglio l'ho da dare a quelli che hanno fatto la strada come l'ho fatta io, venendo "da altrove". Non sentitevi "matti"o fuori posto, se arrivate a trentacinque anni con il pallino della fotografia. Non mettetevi in testa (non lasciatevi mettere in testa) che è troppo tardi, che non ha senso. Soprattutto, buttate per terra quelli che cercano di dirvi che la barriera anagrafica per diventare fotografi è al di sotto dei trentacinque anni. Non vi ammettono ai concorsi perché avete più di trentacinque anni? Fregatevene. Non sono i concorsi che vi daranno la fama o il successo. Fate mostre più che potete. Cercate di lavorare attorno ai fotografi professionisti. E' un consiglio, anzi, una preghiera – questo lo do a tutti, giovani e non giovani – non lavorate gratis. Nemmeno per iniziare. Nemmeno se vi dicono che non ci sono fondi, o che "in cambio" metteranno il vostro nome sotto le vostre foto. Sono obbligati a mettere il nome sotto le vostre foto. E i fondi li hanno, state tranquilli, fossero anche dieci euro. Se non ve li danno, non date via il vostro lavoro per niente. Sia che abbiate un altro lavoro, sia che non l'abbiate, perché facendo così ucciderete il vostro stesso lavoro, o quello degli altri fotografi come voi.

Hai dei progetti in gestazione?

Quelli che ho proposto al pubblico, finora. Il reportage sulle biciclette di città, un lavoro che è giunto alla quarta edizione a livello di mostra. Il lavoro di Migrazione, al limite con l'arte contemporanea. E poi due lavori per ora inediti, che spero di offrire presto all'interesse del pubblico, ma di cui non mi va di anticipare nulla.

Una intervista, quella con Monique Erba Robin, giocata a tutto campo, tutta sull'immediatezza, la sincerità, l'espressione diretta anche se scomoda e anticonformista di idee ed esperienze conquistate con tenacia. Mi auguro sia possibile conoscerla in qualche mostra anche a Milano, Roma o Napoli!