“Sono sotto choc, è giunto sino a Patmos sentore / di ciò che annusano i cappellani / i morti erano tutti dai 50 ai 70 / la mia età fra pochi anni, rivelazione di Gesù Cristo…Attilio Valè: presente! / 52 anni, abitava a Mairano di Noviglio. / Era separato da 8 anni dalla moglie, / era un bell’uomo alto circa un metro e ottanta; / commerciava in bestiame (Patmos, Pier Paolo Pasolini).

Il grande poeta e cineasta meditava poche ore dopo la strage con gli accenti dell’Apocalisse dell’Evangelista Giovanni esiliato nell’isola greca di Patmos (non gli era ancora pervenuta la notizia dell’assassinio di Pinelli a sgranare la diciottesima vittima).

La lettura dell’elegia ad opera dei ragazzi della Compagnia dell’Armadillo e l’introduzione di Mario Anzani Presidente dell’ANPI di Rho, hanno introdotto con grande efficacia la testimonianza di Fortunato Zinni, superstite della strage ed ex sindaco di Bresso.

Fortunato Zinni era orfano di guerra, aveva soggiornato in orfanatrofio dall’età di 5 anni ed era emigrato a 18 anni a Lucerna (Svizzera): rientrato in Italia, era stato assunto presso la filiale di Monza della Banca dell’Agricoltura per le conoscenze della lingua tedesca, infine in quella di Piazza Fontana a Milano (Piazza Fontana Nessuno è stato, Fortunato Zinni, Amazon).

“Nella succursale di Piazza Fontana mi affidarono la mansione di regolatore delle contrattazioni e per questo ogni venerdì pomeriggio lavoravo nell’emiciclo aperto al pubblico. Le contrattazioni sono presto descritte: era un gioco di lanci e rilanci tra commercianti e sensali che si conoscevano bene sino a che il certificatore segnava la conclusione calando il braccio (non controllavo neppure i conti correnti perché li conoscevo tutti)”

Quel 12 dicembre si rivelò importante per il nostro Paese. Come conseguenza di grandi ondate di scioperi e di forti lotte sindacali il Parlamento aveva approvato lo Statuto dei Lavoratori. Di conseguenza gli scioperi erano stati disdetti.

“Ero impegnato nella contrattazione con due mediatori, uno di 78 anni e l’altro di 79, ad un passo dal tavolo sotto cui sarebbe scoppiata l’ordigno quando un collega venne a chiamare. Poiché ero anche sindacalista dovevo leggere il verbale dell’assemblea tenuta il giorno precedente. Mentre mi trovavo al secondo piano, volgendo le spalle al grande salone, scoppiò l’ordigno con un suono cupo”.

“Mi travolse un gran boato, non riuscivo a scorgere più nulla se non schegge di vetro a terra, sentivo urla e gemiti ma a stento (solo giorni dopo mi accorsi che lo spostamento d’aria mi aveva rotto il timpano destro). Barcollando scesi le scale dove incontrai il Direttore: “E’ scoppiato la caldaia” – mi disse. Io invece avevo già compreso che si era trattato di un attentato, ricordavo bene l’odore di mandorle amare che si sentiva dopo ogni esplosione di proiettile”.

“Nel salone scorgevo braccia e gambe troncate oltre ai feriti: rientrai indietro nel salone perché avevo un compito da svolgere, azssegnare un primo nome ai morti (li conoscevo tutti). Così frugai in cerca dei portafogli e con sei nominativi tentai di consegnarli al Direttore e alle autorità accorse”

“Ricordo quel funerale (tanto diverso da quello di pochi giorni prima dell’agente Annarumma punteggiato da saluti romani e riti nostalgici). Piazza Duomo era colma di persone, studenti, massaie, operai (con le tute delle aziende). Non potrò mai scordare quel penetrante silenzio in assenza di bandiere e striscioni”.

“Le altre vere vittime della strage furono le vedove che si sobbarcarono viaggi allucinanti da Milano sino a Vibo Valenza dove il processo era stato spostato da Milano. Donne affrante dal lutto, sfinite dalle trasferte e oltraggiate dallo sguardo provocatorio e spezzante di Franco Freda”.

La testimonianza diretta di Fortunato Zinni si è riallacciato esplicitamente all’intervento di Saverio Ferrari autore di “La strage di Piazza Fontana Milano, venerdì 12 dicembre 1969, ore 16,37 Red Star Press”

“Ormai della Strage di Pazza Fontana conosciamo tutto o quasi” – ha introdotto Saverio Ferrari, ricercatore e esperto di movimenti neofascisti. “La bomba solo casualmente è scoppiata a Piazza Fontana perché da tempo i gruppi eversivi e i servizi segreti deviati, italiani e internazionali, cercavano la strage”.

“Tutto era iniziato con la caduta del Governo Tambroni nel 1960 nel quale i missini avrebbero svolto un ruolo fondamentale a soli 15 anni dalla conclusione del conflitto mondiale. Dopo i tumulti di piazza con numerose vittime i fascisti compresero che solo alleandosi con i vincitori del secondo conflitto mondiale avrebbero avuto possibilità di arginare l’ondata comunista”.

Dopo i convegni organizzati dalle Forze Armate i gruppi neofascisti iniziarono a commettere azioni terroristiche via via più gravi. “Solo dopo molti anni si seppe che l’esplosivo proveniva dalle basi NATO di Verona o Vicenza o dalla Germania ma la capacità tecnica dei neofascisti risultò (fortunatamente) insoddisfacente. Ricordiamo gli attentati al Rettore dell’Università di Padova, alla scuola slovena di Trieste (con una carica doppia rispetto a quella di Piazza Fontana), per giungere infine a quelli della Fiera Campionaria e all’Ufficio Cambi della Banca Commerciale della Stazione Centrale di Milano (con feriti)”

“Conosciamo tutto degli esecutori dell’attentato di Piazza Fontana. Sappiamo che l’anno precedente il Capo della Squadra Mobile di Padova aveva identificato gli autori nei componenti la cellula veneta di Ordine Nuovo ma fu allontanato e relegato in Puglia”.

“Conosciamo” – ha concluso Saverio Ferrari – “persino il percorso compiuto dalla cassetta metallica contenente l’esplosivo, da Padova a Corso Vittorio Emanuele II a Milano per l’innesco, e il percorso degli ultimi 200 metri destinato a depistare. Ma è ben certo che gli autori siano stati i fascisti come manovalanza e i servizi segreti deviati come ispiratori”.

Certo manca ancora la prova giudiziale che conduca agli ispiratori politici della strage di Piazza Fontana) ma senza dubbio possono testimoniare la forza posta in essere dallo Stato per coprire esecuti e mandanti. La strategia della tensione fallì anche (soprattutto) sconfitta dal silenzio di Piazza Duomo colma di operai, studenti e impiegati in perfetto silenzio invece che in tumulto.

Roberto Ferro